Vigili del fuoco volontari o volontari vigili del fuoco? Questo è il dilemma...Stampa
Per quanto vogliamo continuare a nasconderci, il fatto di avere il più piccolo servizio di soccorso urgente del continente è un stortura del sistema che prima risolveremo efficacemente e meglio sarà per tutti.
Si tratta di un gap impressionante che non possiamo continuare a sottovalutare per molto, anche perché con la fine della leva militare è venuta a mancare quella tradizionale forza d'impiego capace di specializzazione che era assicurata dai militari, mentre il volontariato di protezione civile che conosciamo ha bisogno di sviluppare ancora la sua presenza in maniera più diffusa e distribuita sull'intero territorio nazionale.
Sappiamo con certezza, ad esempio, che oggi non saremmo più in grado di garantire i numeri che sviluppammo in occasione dell'ultimo terremoto di grandi dimensioni, quello della Campania Basilicata del 1980, allorché inviammo sul campo, nella fase iniziale di massimo impiego, 2600 pompieri in regime di doppio turno, per un totale di 4200 unità entro i primi tre giorni, che integrammo però con quasi 35.000 soldati delle diverse armi.
Come è abbastanza noto agli operatori, la legislazione sul soccorso urgente per molti anni ha impedito a chiunque non appartenesse al Corpo Nazionale di avvicinarsi alla pratica del Soccorso Tecnico Urgente, e ciò ha creato, nel tempo, un divario e una contraddizione enormi tra la quantità di rischi sofferti dal nostro Paese e la quantità di specialisti da mettere in campo rispetto al bisogno conosciuto. E' insomma ormai palese che noi oggi abbiamo assolutamente bisogno di una maggiore dotazione di uomini e di risorse specialistiche da impiegare in emergenza. Il nostro volontariato, finora, siamo sinceri, molto ha potuto anche in considerazione della relativa intensità dei disastri accaduti sul nostro territorio, ma quanto questo potrà durare?
Purtroppo questo paradosso italiano è ormai conosciuto e indagato anche all’estero, dove si osserva la situazione della nostra organizzazione di protezione civile con una certa curiosità, proprio per la contraddizione che essa esprime. La notizia dell'indagine svolta recentemente da un giornale tedesco sul soccorso tecnico urgente in Europa, che ci vede fanalino di coda pur avendo più disastri degli altri, non può non sollevare la nostra preoccupata attenzione. Una situazione, la nostra, che anche in Europa viene dunque considerata del tutto inadeguata ed impropria rispetto alle necessità espresse dalla nostra particolarissima situazione territoriale e demografica e di esposizione ai rischi.
Una delle tracce più importanti da analizzare e su cui riflettere con attenzione dopo la lettura dell'indagine tedesca, riguarda certamente la modalità di impegno dei vigili del fuoco volontari (in Germania ce ne sono un milione): mentre la normativa tedesca prevede che i sindaci rimborsino i datori di lavoro per gli interventi svolti dai vigili del fuoco volontari che vengono sottratti all'occupazione lavorativa ordinaria, in Italia la procedura di rimborso per il volontariato di protezione civile impiegato in emergenza è sottoposta a un regime autorizzativo che parte dalla richiesta locale, passa per il tramite della Regione, che dovrà verificare l'iscrizione dell'organizzazione in un apposito elenco nazionale, autorizzare l'intervento e infine provvedere al successivo rimborso (eccetto che per le grandi Associazioni nazionali, rimborsate direttamente dal Dipartimento), ma con l'onere finanziario comunque posto alla fine sempre sulle spalle del Dipartimento della protezione civile che deve passare i fondi alle Regioni.
E' un sistema davvero efficiente, quello che prevede due procedure di rimborso: dalla Regione all'organizzazione e dallo Stato alla Regione?
Può darsi - chissà- che riconsiderando nella sua complessità tutta la vicenda dei volontari italiani di protezione civile, la loro organizzazione e il sistema di tutele anche economiche che attualmente garantiamo loro, sia possibile prevedere magari anche per noi, Bassanini alla mano, una diversa attribuzione e responsabilità di attivazione in emergenza da porre in capo ai sindaci, e l'assegnazione conseguente di un diverso ruolo a Stato e Regioni nel finanziamento degli interventi, che potrebbero forse essere ancor meglio tagliati e inquadrati sulle tipologie di evento previste dalla legge 225 e/o sull'impiego del volontario al di dentro o al di fuori del proprio territorio comunale.
Ecco il risultato dell'inchiesta condotta dal quotidianno tedesco “Frankfurter Allgemeine”, che ha pubblicato un articolo sugli incendi boschivi nell’Europa Meridionale ed ha stilato una classifica sul numero dei vigili del fuoco in Europa, dichiarando l'Italia fanalino di coda del continente quanto a numeri nel soccorso tecnico urgente e nel servizio antincendio.
| Paese | Vigili del fuoco per 1.000 abitanti |
| Austria | 36.9 |
| Slovacchia | 18.3 |
| Polonia | 13.3 |
| Germania | 13.1 |
| Rep. Ceca | 9.0 |
| Francia | 4.0 |
| Portogallo | 3.8 |
| Finlandia | 2.6 |
| Grecia | 1.7 |
| UK | 1.0 |
| Italia | 0.7 |
Il giornale tedesco comunque precisa peraltro che in Germania ci sono circa 1,3 milioni di vigili del fuoco, ma che per oltre 1 milione si tratta dipersonale volontario. Infatti solo le città con oltre 100.000 abitanti hanno disposizione squadre di vigili professionali.
I volontari non ricevono alcuna remunerazione, percependo comunque dal proprio datore di lavoro lo stipendio per le ore di assenza trascorse a spegnere incendi. Il principale poi viene rimborsato dai Comuni, ai quali tale prassi costa meno che avere un corpo permanente.
Sempre nello stesso articolo si fa riferimento ad una dichirazione del presidente dei VVF tedeschi Hans-Peter Kroeger, secondo il quale la battaglia degli incendi boschivi si vince a terra con un intervento non superiore ai dieci minuti.
Lorenzo Alessandrini
Fonte: http://gianpla.freewordpress.it/category/notizie-dal-mondo/







