Una protezione civile non si improvvisa. Stampa

In questi giorni si è tornati a sentire parlare della possibilità che la delega al coordinamento della protezione civile venga affidata al Ministro dell'Interno. Si tratta di una prerogativa legittima del Presidente, oltre che di un'iniziativa già sperimentata in precedenza: tuttavia, sull'utilità di una tale scelta, esistono dubbi e diffuse obiezioni che è giusto non sottacere.
Il tema del ruolo di coordinamento del servizio nazionale della protezione civile viene periodicamente riproposto, in genere ad ogni cambio di governo, oppure, come appare soprattutto in quest'ultimo caso, si presenta come il tentativo, da parte di settori della politica o della stessa pubblica amministrazione, di acquisire posizioni di particolare prestigio all’interno del sistema o ancora come il desiderio frenetico e astioso di voler sminuire o addirittura boicottare il lavoro degli avversari politici. Ma in tutti questi casi, non si riesce a rintracciare, nelle motivazioni addotte né nell'eventuale dibattito politico-istituzionale che ne consegue, quegli elementi che possano realisticamente deporre a vantaggio di una modifica dell'attuale assetto organizzativo.
Del resto, successe già sul limitare del secolo scorso con la famosa Agenzia di protezione civile, che venne inventata per modificare sistemi e rapporti di potere interni alle istituzioni, disinteressandosi completamente delle conseguenze che essa avrebbe avuto sulla funzionalità del sistema nazionale. E avviene anche oggi, visto che sembra si stiano prendendo a pretesto le difficoltà e i disagi che si sono manifestati a causa delle polemiche sui Grandi Eventi, che peraltro con il meccanismo organizzativo del servizio nazionale non hanno niente a che spartire poiché derivano da disfunzioni e colpe della politica - di tutta la politica- e non certo da limiti del coordinamento esercitato dal Dipartimento della Presidenza.
E un improbabile tentativo di riorganizzazione viene così disegnato senza minimamente aver riguardo né ai risultati operativi che la protezione civile italiana ha raggiunto con un modello che oggi è largamente studiato ed emulato nel mondo intero, né a ciò che andiamo a perdere - con tali modifiche- in termini di coesione del sistema nazionale nel panorama costituzionalmente modificato che oggi ci accompagna.
E’ uno dei paradossi del nostro Paese: quando una cosa funziona, sembra dar fastidio, tanto che si tenta di cambiarla. Riusciremo mai ad uscire questo provincialismo anche in politica?
Il problema è lo stesso di sempre, e la storia ce lo ha insegnato: la protezione civile è una funzione di coordinamento: non può essere una funzione di gestione.
Essa non crea né organizza nuove funzioni dello Stato da svolgere, bensì – va ribadito- ha come unico compito quello di raccordare quanto già esistente ad ogni livello istituzionale – centrale o locale, pubblico e/o privato che sia- allo scopo di implementare un sistema organizzato ed armonioso di tutela e salvaguardia dei cittadini, che non a caso la legge ha chiamato “servizio” nazionale di protezione civile: un servizio che non può essere fatto di solo soccorso (e da qui la necessità di spazzar via l’anacronistico tentativo di usare i vigili del fuoco come grimaldello per delegare eventualmente la protezione civile al Viminale), e che invece deve potenziare sempre più l’aspetto della previsione e prevenzione, che esalta il ruolo delle regioni, degli enti locali e della comunità scientifica, e per questo non può certo esser sostituito dall’attività di un’Agenzia specialistica.
In particolare, il servizio nazionale deve potenziare sempre di più – è ormai di lapalissiana evidenza – quella capacità di penetrazione capillare nei territori anche marginali, periferici o di montagna (che sono però i più a rischio, ricordiamocelo) che lo Stato non ha mai avuto a sufficienza e ha ogni giorno sempre di meno, e che invece solo i volontari di protezione civile con i loro sindaci possono ben guidare e interpretare a costi limitati, per non cozzare contro gli inevitabili e oggettivi limiti della spesa pubblica.
La nostra storia più recente ci ha mostrato che la qualità del servizio nazionale è andata via via rafforzandosi quanto più si è fatto ricorso a punti di riferimento direttamente ed elettoralmente rappresentativi degli interessi esposti e delle volontà politiche delle popolazioni (sindaci, presidenti di province e regioni, presidente del consiglio), tenuti assieme da una funzione di coordinamento flessibile, non rigida e non lesiva delle legittime prerogative regionali e locali.
Di contro, i tradizionali apparati burocratici dello Stato che un tempo fungevano da boa sicura in caso di naufragio, nel nuovo regime costituzionale non hanno più la stessa consistenza organizzativa, finanziaria e di rappresentatività.
Di fronte a tutto questo scenario complesso e rischioso, un impulso verso il cambiamento con la testa volta all’indietro, magari dettato dalle classiche schermaglie da tifoserie pro o contro la presidenza del consiglio, o peggio ancora, una mera iniziativa di palazzo tendente a modificare l’assetto interno della presidenza, sarebbe da irresponsabili nei confronti dell’intero Paese.
Le funzioni di coordinamento della protezione civile sono da due decenni concentrate tutte nelle mani del Presidente del Consiglio, che per legge ha il compito di guidare il servizio nazionale. Egli può esercitare queste funzioni direttamente – come è successo negli ultimi anni con la gestione Bertolaso– o delegarle a un ministro come è accaduto nel periodo in cui anche io ho avuto l’onore di guidare la protezione civile.
Ma in entrambi i casi, il concetto del “primus inter pares” deve guidare l’azione del sistema di coordinamento istituzionale del tavolo operativo.
Per questo, anche in caso di delega conferita dal Presidente a un ministro, quest’ultimo non deve essere un ministro di gestione, quali ad esempio quello dell’Interno, o della difesa o della salute o delle infrastrutture, che tenderebbero naturalmente non solo a “personalizzare” eccessivamente la protezione civile, ma anche ad utilizzare intensivamente le strutture burocratiche e professionali dei propri dicasteri per darsi il necessario supporto tecnico amministrativo (snaturando così il concetto di coordinamento super partes che è normalmente assicurato dal più flessibile ufficio della Presidenza che è il Dipartimento della protezione civile ).
Storicamente, quando la delega è stata assegnata al ministero dell'interno (Umbria - Marche), o ancora prima, quando la competenza era tutta del ministro dell'interno (Irpinia), il sistema ha sofferto.
Il delegato eventuale del Presidente - se nominato- dovrebbe essere invece un ministro di coordinamento -il cosiddetto ministro senza portafoglio- che deve esercitare le funzioni “per conto” del Presidente e non come titolare di funzioni proprie.
Ecco perché snaturare la funzione di “coordinamento” delle risorse esistenti -che secondo la legge è la naturale vocazione del Dipartimento di protezione civile- per farla divenire una semplice funzione di “gestione”, significherebbe rischiare la creazione di un nuovo e poco efficiente carrozzone pubblico.
Un rischio diverso ma ugualmente disastroso si corre con l’espediente della cosiddetta “Agenzia”, che avendo natura prettamente tecnica, tenderebbe progressivamente a disperdere il vero patrimonio del servizio nazionale –acquisito in anni e anni di difficile rodaggio- che è la condivisione istituzionale fra i vari soggetti coinvolti, la quale deve essere regolata dal notissimo principio di funzionamento che va sotto il nome di “sussidiarietà”, e che solo all’interno di un efficace coordinamento delle “politiche”, e non solo delle “tecniche” di protezione civile, può assicurarci coerenza di obiettivi e costanza di dialogo fra le forze in campo in un perfetto e oliato gioco di squadra.
La cabina di pilotaggio rappresentata dallo strumento amministrativo rapido e flessibile del Dipartimento della Presidenza, ha sempre assicurato, fino ad oggi, che non vi fosse una realtà capace di esercitare più potere, più capacità di iniziativa e gestione di risorse a scapito degli altri soggetti, e anzi ha sempre operato affinché chi aveva la gambe potesse correre e chi partecipava al sistema fosse capace di dialogare in quell’esperanto tipico della protezione civile che, solo, è capace di superare uniformi, cappelli e distintivi per far muovere come una sola cosa il servizio nazionale della protezione civile.

 

Tipologia: Articolo | Pubblicato il 10/12/2011 da Redazione