Terremoto in Abruzzo: presto case prefabbricate.Stampa
Durante la visita del 13 maggio scorso ai campi di accoglienza di Onna, Piazza d'Armi, del Globo e di Pizzoli nel comune dell'Aquila, il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ha parlato delle case prefabbricate che sorgeranno in 20 aree già individuate nell'Aquilano.
I prefabbricati dovranno accogliere almeno 15 mila persone. Saranno realizzati con strutture antisismiche, la cui progettazione e' affidata a una squadra di ingegneri esperti del settore. Le case saranno adagiate su “cuscinetti” che avranno il compito di assorbire la tensione sismica. Su questi verra' poi posizionata una piastra di cemento armato su cui saranno costruite le case. Questa progettazione consente di sviluppare in sicurezza le costruzioni su due, tre o quattro piani. In tal modo si potra' risparmiare molto spazio. Le zone costruibili, infatti, non sono numerose, considerato che molti terreni all'Aquilano si trovano in aree classificate R4, cioè ad alto rischio idrogeologico. Le aree individuare per i moduli abitativi sono nelle localita' di Sant'Antonio, Cese di Preturo, Pagliare di Sassa, San Giacomo, Tempera 1, Bazzano, Sant'Elia 1, Sant'Elia 2, Paganica Sud, Roio Piano, Coppito Nord, Sassa-Zona Polivalente NSI, Paganica Nord, Monticchio, Pianola, Collebrincioni, Assergi, Paganica sud 2, Camarda e Arischia. I tecnici della struttura commissariale e dei Comuni coinvolti hanno ne accertata l'idoneita' dal punto di vista della sicurezza sismica, idraulica e idrogeologica, nonche' della viabilita' di accesso e di una adeguata integrazione con gli spazi destinati ai servizi e al verde pubblico. Come previsto dal decreto, la struttura commissariale ha provveduto agli atti finalizzati all'espropriazione dei terreni individuati per la realizzazione delle strutture provvisorie, che assumono carattere di pubblica utilità e urgenza. Dalla procedura di esproprio, avviata il 14 maggio, sono esclusi i fabbricati ad uso abitativo, esistenti o in costruzione, eventualmente presenti all'interno dell'area individuata.
Siamo nella seconda fase dell'emergenza
A poco più di un mese dal terremoto, dunque, in Abruzzo siamo entrati nella seconda fase dell’emergenza.
Fino alla metà degli anni ’70, si riteneva che il compito della Protezione Civile dovesse limitarsi alla fase del soccorso. Il terremoto che sconvolse il Friuli nel maggio del 1976, mise invece in evidenza la necessità di un nuovo sistema di intervento, capace non solo di coordinare la pluralità delle forze e delle amministrazioni che partecipano alle operazioni (enti locali, Regioni, ministeri a vario titolo competenti, organizzazioni private del volontariato) ma anche di raccogliere il contributo della comunità scientifica per promuovere una politica di previsione e di prevenzione capace di ridurre le conseguenze delle catastrofi naturali e di ridurre i rischi derivanti dalle attività dell’uomo.
Divenne evidente, in quella tragica circostanza, che il compito della Protezione Civile non poteva limitarsi al salvataggio dei sopravvissuti e alla sistemazione dei senza tetto in ricoveri d’urgenza, come le tende, ma doveva estendersi ben oltre: “fino alla ripresa della vita economica e sociale”.
Con questa prescrizione, contenuta nella legge istitutiva del “Servizio Nazionale di Protezione Civile” si intende precisare che i compiti della Protezione Civile comprendono anche gli interventi atti ad assicurare il “re insediamento” delle popolazioni e delle attività produttive”.
Ciò significa superare il periodo della estrema precarietà, delle tendopoli, del ricovero in alberghi e in appartamenti reperiti lontano dai centri colpiti e distrutti.
In definitiva, la Protezione Civile estende la propria azione fino alla collocazione delle famiglie in case provvisorie ma confortevoli, realizzando tutti i servizi necessari (scuole, ambulatori, luoghi di culto ecc.) per lo svolgimento della normale vita di comunità e consentendo, con la costruzione di strutture idonee, la piena ripresa delle attività industriali, artigiane e commerciali.
Con la “ripresa della vita economica e sociale“, i compiti della Protezione Civile cessano e rientrano in campo, per la ricostruzione, le istituzioni locali, alle quali competono le responsabilità relative alle scelte urbanistiche e di governo del territorio. Per questo motivo, la legge istitutiva del Servizio Nazionale di Protezione Civile (come, a suo tempo, quelle destinate a regolare la gestione delle emergenze del Friuli, della Campania-Basilicata e dell’Umbria-Marche) si preoccupa di evitare il rischio che nella fase dell’emergenza, con decisioni e opere capaci di incidere in modo definitivo sull’assetto urbano, si possano confiscare poteri di esclusiva competenza di Regioni e Comuni.
La seconda fase dell’emergenza, quella dedicata al “reinsediamento” rappresenta forse il passaggio più difficile e complesso per l’organizzazione della Protezione Civile. Ridurre le sofferenze delle popolazione, imponendo tempi rapidissimi di realizzazione delle opere pur mantenendo livelli qualitativi apprezzabili, rappresenta una sfida difficile che mette a dura prova il sistema.
Alloggi di emergenza
Quando si parla di strutture provvisorie per alloggiare la popolazione dopo una catastrofe, si fa spesso confusione fra case prefabbricate e alloggi monoblocco.
Le case prefabbricate che si utilizzano per ospitare provvisoriamente una popolazione terremotata, sono realizzate in legno, in pannelli di cemento o con materiale sintetico. Possono alloggiare in modo confortevole i nuclei familiari e rispondere in maniera rapida ed efficace alla domanda di servizi come scuole, municipi, ambulatori ecc. Vengono generalmente montate su piattaforme di cemento e realizzate in grandi quantità (25.000 dopo il terremoto del Friuli, nel 1976; 30.000 dopo il terremoto in Campania e Basilicata) e in tempi brevi: circa sei mesi, comprendendo anche le opere di urbanizzazione primaria (rete fognaria depuratori, rete elettrica e stradale) e secondaria.
Questi ”prefabbricati leggeri” (da non confondersi con quelli “pesanti”, utilizzati per realizzazione di grandi edifici nel campo della edilizia definitiva) rappresentano una soluzione abitativa di lungo periodo che deve coprire i tempi di ricostruzione dei centri devastati dal terremoto. Tempi mai inferiori ai dieci - quindici anni.
Gli alloggi monoblocco, definiti “container” per la loro somiglianza con i contenitori destinati al trasporto delle merci, sono una variante degli alloggi da cantiere.
Premontati e trasportabili con autocarri o con vagoni ferroviari, come i container, sono destinati a costituire alloggi per brevi periodi. Vengono impiegati in sostituzione delle tende nei mesi invernali (quasi tutti i grandi terremoti del passato si sono verificati alla vigilia dell’inverno) e come ricoveri per le famiglie che attendono riparazioni di edifici non gravemente danneggiati. In definitiva si tratta di alloggi utilizzabili per tempi non superiori ai dieci-dodici mesi.
La seconda fase dell’emergenza, destinata a garantire il reinsediamento della popolazione rimasta senza tetto, costituisce una prova difficilissima per la protezione civile che deve assicurare ai terremotati, a tutti i costi e in tempi rapidissimi, un tetto prima dell’arrivo del freddo, non sopportabile in ricoveri precari come le tende, soprattutto nelle zone di montagna.
Non sempre, inoltre, è possibile offrire ai terremotati sistemazioni alternative in altre località perché è difficile reperire un congruo numero di appartamenti e, anche, perché va tenuto conto delle attività economiche che devono essere svolte sul territorio.
Dopo il terremoto del Friuli, la realizzazione degli insediamenti provvisori venne delegato ai sindaci, che si avvalevano del supporto tecnico di un ufficio speciale del commissario straordinario del governo. La delega consentiva ai Sindaci di scegliere non solo le aree destinate ad ospitare le costruzioni ma anche la tipologia degli alloggi, in base alle caratteristiche del territorio e sentito il parere dei rappresentanti della comunità locale.
Montanelli: Chalet o baracche?
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Nella primavera del 1981, Indro Montanelli giunse a Castenuovo di Conza (Salerno) per visitare il cantiere dove, con le offerte dei lettori del Giornale, si stava costruendo un villaggio destinato ai terremotati del paese. Non lontano dall’epicentro del sisma del 23 novembre del 1980, Castelnuovo era stato a tal punto devastato dal sisma che molti giornalisti, nel raccontare del funerale delle vittime, scrissero che “metà del paese aveva seppellito l’altra metà.”Dopo la visita e lo scrupoloso controllo dei lavori in corso, il giornalista venne invitato, dal sindaco e dagli abitanti, nel villaggio di case prefabbricate dove si erano insediati i sopravvissuti alla catastrofe. Realizzato da una impresa altoatesina, era composto da graziose e robuste costruzioni di legno, abitualmente destinate al ruolo di case di villeggiatura nelle vallate alpine.
Nel salotto di una di quelle abitazioni, mentre si accomodava in una poltrona, lodando la confortevole struttura dell’alloggio e la buona sistemazione di parti dell’arredamento recuperato dalla vecchia casa distrutta, Montanelli si rivolse al commissario straordinario del governo: ”Vede Zamberletti”, disse, “se una casa cosi la abita un miliardario si chiama “chalet”, se invece la abita un terremotato si chiama ”baracca”.
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