Intervista di Zamberletti a L'Espresso.Stampa

icona L'EspressoGiuseppe Zamberlettivigile del fuoco

È stato commissario di governo per il terremoto in Friuli (1976) e in Irpinia (1980). Poi cinque volte ministro della Protezione civile con gli esecutivi Fanfani, Spadolini e Craxi. In pratica, il padre della Protezione civile in Italia e l'ispiratore della legge che la regolamenta (del 1992).

Oggi, a 73 anni, Giuseppe Zamberletti è presidente dell'Ispro, Istituto studi e ricerche sulla protezione e difesa civile, un organismo che produce e cataloga una mole impressionante di studi e ricerche scientifiche di tutto il mondo. Emergenze e prevenzione sono diventati la missione di una vita.

L'esperienza e la memoria gli fanno dire che, se diversi miglioramenti ci sono stati, per alcuni aspetti è come negli anni '70:

"Noi di prevenzione parliamo sempre tutte le volte che c'è una tragedia. Poi, appena si spengono i riflettori, ci facciamo prendere dalle urgenze quotidiane e non pensiamo più al lavoro faticoso e oscuro di lungo periodo".
Adesso c'è l'emergenza incendi...
"E la Protezione civile ha dimostrato di essere efficace. Del resto, Guido Bertolaso è il migliore tra i miei successori. Ma il punto non è lì. La nostra debolezza sta nel fatto che non abbiamo il corpo comunale dei pompieri, come avviene in tutto il mondo".


Perché non lo abbiamo?

"Perché il corpo nazionale dei vigili del fuoco, che ora ha cambiato opinione, non tollerava l'idea dei pompieri volontari comunali quando fu approvata la legge del 1992. Invece funziona così in tutto il mondo. Ci sono i pompieri di New York, di Parigi. In Germania sono un milione e mezzo i volontari. Poi ci sono 30 mila professionisti, grosso modo la stessa cifra nostra".


Che vantaggio c'è ad avere i volontari?

"In un'emergenza i primi minuti, le prime ore sono importanti. Quando si sposta un reparto dell'esercito da una parte all'altra dell'Italia serve semmai a rincuorare la gente, non a risolvere i problemi. E poi la presenza nei comuni serve a diffondere quella cultura della prevenzione che dovrebbe essere propria di ogni stato moderno e avanzato".
La legge comunque prevedeva i corpi di volontari comunali della Protezione civile. Perché non sono sorti?
"Ce ne sono. Soprattutto al centro-nord. In Alto Adige, nelle provincie lombarde. Assai meno al centro-sud. Però non avendo una catena di comando e non essendo ufficialmente pompieri, non hanno sviluppato una specializzazione negli interventi. Solo la Regione Lombardia ha inserito nella sua legge un articolo che prevede la possibilità per i volontari comunali di svolgere il soccorso tecnico urgente".


Questo vale per l'emergenza, ma circa la prevenzione?

"C'è bisogno, sul territorio, di qualcuno che con la vigilanza costante segnali le situazioni di potenziale pericolo per evitare conseguenze disastrose, che faccia pressione sulle autorità locali. E deve avere un ruolo riconosciuto. Ho assistito a un'esercitazione in Alto Adige dove dei volontari hanno rettificato un corso d'acqua che aveva cambiato percorso e rischiava di procurare guai. Ricordo che a Todi, dopo un incendio in cui morirono diverse persone intrappolate dentro una mostra dell'artigianato, durante uno dei soliti vertici un vigile del fuoco disse che, per mancanza di cultura specifica, avevano chiuso tutte le finestre per timore dei furti e la gente si era ritrovata in trappola".


Tutti dovremmo essere volontari, insomma.

"In Europa è così. Anche per una questione di costi. Nessuno stato si può permettere un milione e mezzo di professionisti. E l'Italia è un paese dove il volontariato è diffuso. Tutta questa gente va formata attraverso corsi specifici e poi gli va dato un coordinamento in modo che tutti sappiano quello che devono fare in caso di necessità".


Lei per il Friuli e l'Irpinia aveva l'esercito.

"Ora, con la fine della leva, anche quello strumento non c'è più. I professionisti e i mezzi idonei sono utilizzati per le missioni all'estero. In caso delle grandi catastrofi bisogna raggiungere anche la più piccola frazione e non basta la qualità ci vuole anche la quantità".


Lei dice: la Protezione civile funziona, il controllo diffuso sul territorio no. È un caso di fallimento del federalismo?

"Con la riforma del Titolo quinto si è dato alle Regioni un potere concorrente in materia. Ora bisogna che le Regioni non pensino che tanto arriva sempre lo Stato a tappare i buchi ed agiscano di conseguenza. E poi che si scenda fino a livello dei comuni. Il sindaco è riconosciuto dalla legge come autorità di protezione civile e allora deve poter avere il suo corpo di volontari. Non deve essere un profeta disarmato".

G. R.

 

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Categoria: Sistema | Volontariato
Tipologia: Editoriale | Pubblicato il 13/08/2007 da Redazione