COSTRUIRE IN EMERGENZA.Stampa
I recenti interventi giudiziari che hanno coinvolto la gestione dei grandi eventi da parte del Dipartimento della Protezione civile, hanno acceso i fari su un sistema che esclude totalmente la libera concorrenza e il confronto delle competenze.
Siccome le attuali leggi e la burocrazia impanierebbero senza scampo la realizzazione di qualsiasi intervento, la soluzione trovata è stata semplice e apparentemente brillante. Avvalendosi della dichiarazione dello “stato di emergenza nazionale”, di cui alla legge 225 del 1992, si deroga a qualsiasi norma che potrebbe essere d’intralcio, prime fra tutte le norme sugli appalti. Si è però creato automaticamente un contenitore, dove non emergono le migliori capacità operative esistenti sul mercato e dove è illusorio immaginare che non si sviluppino i batteri della corruzione.
Nell’editoriale dal titolo “Ci voleva la magistratura?”, pubblicato sul sito di ISPRO, avevo concordato con le critiche alla soluzione adottata dal Governo e dal Dipartimento della Protezione civile: i grandi eventi non hanno quelle caratteristiche di urgenza che richiedano provvedimenti in deroga.
Il problema rimane, peraltro, anche per gli eventi catastrofici contemplati nella legge sulla protezione civile. I primi soccorsi e, soprattutto, la ricostruzione non sono esenti dal rischio della corruzione. Con tristezza abbiamo appreso che la magistratura sta indagando sulle opere di ricostruzione in atto in Abruzzo.
Ma non è solo una questione di corruzione. Abbiamo letto a dicembre dell’anno scorso che il Capo del Dipartimento della protezione civile lamentava ritardi nella costruzione dei “moduli abitativi provvisori” e accusava le ditte appaltatrici di non rispettare i contratti minacciando, altresì, di stracciare quelli delle ditte inadempienti. Come si può pretendere, dico io, che tutto funzioni perfettamente quando le commesse sono state messe a punto in tempi brevissimi partendo da zero? Quanto sono costati in più del normale quei moduli abitativi?
Perché, invece, non si è provveduto ad individuare preventivamente con regolare appalto quali ditte avrebbero poi assunto il compito di costruire, in caso di disastro, i moduli abitativi in tempi prestabiliti? Mi spiego meglio.
E’ in sostanza una questione di previsione e prevenzione: tenuto conto delle valutazioni di rischio sul territorio nazionale, che ben conosciamo, non è azzardato mettere a punto un progetto che ipotizzi le esigenze almeno minime di moduli prefabbricati nelle zone a maggior rischio di terremoto e, conseguentemente, impegnare con regolare appalto ditte specializzate alla costruzione di tali moduli in tempi prestabiliti. Lo Stato fornirebbe alle ditte in questione solo i fondi sufficienti per attrezzarsi e, all’emergenza, acquisterebbe i moduli a prezzi sicuramente inferiori a quelli ai quali è costretto ora.
Gli errori del sistema sono evidenti ma nessuno ha voluto finora rendersene conto e affrontarne la soluzione che risiede, senza ombra di dubbio, in una lungimirante attività di “previsione e prevenzione”. Non parlo della previsione e prevenzione concettualmente codificate nella legge 225/1992 che riguardano essenzialmente le attività finalizzate a ridurre i rischi. Tale concezione è limitativa perché occorre prevedere e prevenire anche per quanto riguarda sia le attività finalizzate a gestire l’emergenza sia quelle finalizzate alla ricostruzione.
In Italia finora non si è fatto granché per ridurre i rischi ma non si è fatto quasi nulla per prepararsi anzitempo a gestire un’emergenza e, tantomeno, per prepararsi in anticipo a ricostruire. Come detto ci si è finora affidati alla ricerca delle forze e dei mezzi necessari in maniera estemporanea, dopo la dichiarazione dello stato di emergenza.
Da ciò nasce appunto l’improvvisazione e conseguentemente lo sviluppo di quel sistema che presenta i maggiori rischi di inefficienza, spese incontrollate e, come abbiamo visto, anche corruzione.
Quale potrebbe essere allora la soluzione per evitare tutto ciò, salvaguardando comunque la rapidità e la bontà degli interventi? Molto semplice, a mio avviso.
Anziché cercare le società in grado di intervenire solo nel momento del disastro, con la conseguenza che si è costretti a scegliere tra “i soliti noti” si dovrebbe, con una procedura sistematica:
1. valutare quali siano i rischi prevedibili sul territorio, differenti da regione a regione (1 );
2. ipotizzare quali professionalità, capacità operative, materiali e mezzi sono necessari per affrontarli;
3. individuare su tutto il territorio italiano, eventualmente anche all’estero, gli studi professionali e le società in grado di intervenire al meglio;
4. verificarne la capacità, la disponibilità e i tempi d’intervento;
5. valutare i prevedibili costi attraverso mirate ipotesi d’intervento e conseguenti preventivi di massima di spesa;
6. redigere un apposito albo dei professionisti e delle società particolarmente attrezzate ad operare in tempi brevi e in emergenza, mantenendone aggiornate le caratteristiche e le potenzialità;
7. all’insorgere dell’emergenza, appaltare i lavori anche in deroga, come consente la legge, ma con procedure trasparenti e con la possibilità di scegliere tra quanto di meglio offre il mercato nazionale ed internazionale.
Si dovranno adottare capitolati di massima, oltre che meccanismi di scelta e di controllo, molto incisivi e aggiornati nel tempo. Gli elenchi dei professionisti abilitati che conosciamo hanno, infatti, difetti ormai ben noti e gli appalti sono di solito assegnati sulla base del minor prezzo, che non è sempre la soluzione migliore, soprattutto in assenza di capitolati cogenti. Si dovrà, inoltre, verificare la procedura alla luce della normativa specie comunitaria, sugli appalti.
In conclusione, i provvedimenti di protezione civile non possono essere decisi solo a seguito delle ricorrenti calamità; essi devono essere oggetto di una lungimirante programmazione, per quanto riguarda sia la prevenzione sia l’organizzazione dei soccorsi sia la ricostruzione. Se si fosse adottato già in passato il sistema che ho sommariamente illustrato, gli interventi a seguito delle grandi e piccole catastrofi che hanno colpito il territorio nazionale sarebbero stati forse più tempestivi ma sicuramente più efficaci e meno costosi, oltre che più trasparenti, cosa di non secondaria importanza.
Note
1. Non tutti i rischi prevedibili sul territorio nazionale (idro-geologico, sismico, vulcanico, legati alle lifelines petrolchimiche e ai serbatoi, da contaminazione radioattiva da materiale ferroso di risulta, connessi con la presenza di attività ad pericolo di incidente rilevante, conseguenti al traffico veicolare, provocati dal terrorismo ambientale, ecc) sono presenti in tutte le regioni.







