Berlinguer e l'equivoco dei containerStampa

Prefabbricato Napoli (terremoto 1980)

Terremoto del 23 novembre 1980, in Campania e Basilicata. Terminata la prima fase dell’emergenza, dedicata al soccorso, apparve chiaro che non sarebbe stato possibile tenere la popolazione sotto le tende per affrontare un inverno che, con le prime nevicate nell’alta Irpinia, si preannunciava freddo e inclemente.
Non era neppure possibile organizzare l’esodo massiccio della popolazione delle zone interne della Campania verso il litorale, a causa della tormentata rete stradale, delle considerevoli distanze e delle stesse strutture turistiche, quantitativamente più limitate e meno compatte sul territorio di quelle della costa adriatica che, quattro anni prima, avevano ospitato i terremotati del Friuli. Del resto, la stragrande maggioranza della popolazione terremotata aveva deciso di restare sul territorio e ci furono soltanto limitati trasferimenti di lucani verso alcune località pugliesi e di irpini sulla fascia litorale Domiziana.
Esclusa, dunque, la possibilità di permanenza nelle tende, restava per i senzatetto un’unica alternativa per una sistemazione di emergenza: roulotte e alloggi monoblocco.
Molto rapidamente, ventimila roulotte e quindicimila alloggi monoblocco vennero raccolti in tutta Italia e convogliati nei centri colpiti dell’interno, nelle città di Salerno, Benevento e Avellino e anche nei due capoluoghi di regione: Napoli e Potenza.
Gli alloggi monoblocco, una variante degli alloggi da cantiere, erano molto pratici perché potevano essere utilizzati già poche ore dopo il loro posizionamento, perché si doveva procedere soltanto all’allacciamento alle reti idriche fognarie ed elettriche.
Per essere trasportabili, questi alloggi devono essere contenuti in misure standard e si presentano, dunque, con una sagoma che li fa somigliare ai container per il trasporto delle merci. Per questa ragione, l’on. Zamberletti, commissario straordinario, era solito indicarli semplicemente come “container”. Da questa definizione sarebbe nato un equivoco destinato a fruttare miglioramenti tecnici nel campo delle unità abitative d’emergenza.
Accadde un giorno del dicembre 1981. Enrico Berlinguer, segretario del PCI, che era solito compiere frequenti visite, discrete e scrupolose, nelle zone terremotate (come aveva fatto nel Friuli dopo il terremoto del ’76) giunse accigliato nell’ufficio del commissario straordinario, a Napoli.
“Caro Zamberletti, leggo nei giornali e mi confermano i compagni che stai mettendo i terremotati nei container… Se è così è una follia!”
Zamberletti spiegò l’equivoco: si trattava non di container ma di moduli abitativi, comprendenti due camere, una cucina-soggiorno e servizi.
Ma Berlinguer voleva vedere con i propri occhi e andarono insieme nel quartiere napoletano di Ponticelli, dove era stato allestito un campo, già occupato dai senzatetto.
Il segretario del PCI, che era accompagnato anche dall’on Pio Latorre, visitò alcuni alloggi, esaminò scrupolosamente gli spazi interni, per assicurarsi della funzionalità dei moduli abitativi, e si trattenne a parlare con le famiglie che li abitavano, chiedendo puntuali informazioni sulle loro condizioni di vita.
Al termine della visita formulò una serie di osservazioni al commissario ed ai tecnici che erano presenti.
I limiti maggiori di quegli alloggi, secondo la sua opinione, erano individuabili nella sagoma e nella copertura: ottima, quest’ultima, per l’inverno ma non adatta alle temperature dell’estate, affrontabili solo con un buon impianto di condizionamento o con una contro-copertura, idonea ad assicurare lo spazio necessario per una sufficiente aerazione. Quanto al resto, aggiunse, accennando alla sagoma, ”è come vivere in un vagone ferroviario o in un grande armadio lungo e stretto”.
Per Berlinguer quelle strutture d’emergenza erano valide per la rapidità di impiego ma erano idonee solo per periodi di tempo non superiori ad un anno. ”Perché”, concluse il segretario del PCI, ”nella vita di un uomo un anno trascorso in condizioni difficili è già un tempo infinito“
Da quella conversazione Zamberletti, divenuto poi ministro per il coordinamento della Protezione Civile, trasse lo spunto per una ricerca che portasse alla realizzazione di un modulo trasportabile come un container ma trasformabile, senza complesse operazioni di montaggio, in un alloggio a pianta quadrata e tetto spiovente, con i servizi igienici e la cucina incorporati. In definitiva una struttura capace di diventare operativa più o meno nel tempo necessario per montare una tenda.
Ne uscì il progetto Mapi, opera di un architetto di grande prestigio, il prof. Pierluigi Spadolini. Realizzati da ITALSTAT grazie ad un finanziamento del CIPE, i moduli Mapi costituirono la prima riserva di abitazioni di emergenza con cui la Protezione Civile avrebbe potuto fronteggiare con tempestività i problemi di reinsediamento successivi alle catastrofi. Quella modesta riserva fu poi utilizzata in Armenia, dopo il terremoto che sconvolse quella regione, e rappresentò un apprezzato dono del governo italiano al governo dell’allora Unione Sovietica.

 

Tipologia: Articolo | Pubblicato il 27/05/2009 da Redazione News